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Semi antichi e CumpaRete

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Questi germogli di fagioli tabaccanti non hanno solo il pregio  di essere le prime piantine nate nel nostro semenzaio, ma in certo senso rappresentano simbolicamente anche il superamento dei confini politici della nostra terra, il Cilento e il Vallo di Diano. I fagioli, infatti, ci sono stati donati da Rosa Barbato dell’azienda agricola Lunacalante di Casalbuono. Un piccolo ma stupendo gesto che va contestualizzato in un territorio dove sopravvivono rivalità stupide tra paesi e comunità confinanti, espressione non di sane identità, ma di appartenenze superficiali regolate da logiche di branco che si consumano negli incontri istituzionali tra sindaci fino ad arrivare alle risse in discoteca o nei campi del calcio non professionistico fra ragazzi di paesi diversi. Lo scambio di semi, pratica in uso nelle nostre comunità da centinaia di anni, ci narra, invece, una storia diversa fatta di relazioni solidali, biodiversità, autonomia alimentare e civilissima cultura contadina. Anche le nostre remote campagne a partire dagli anni ’70 sono state invase dall’agricoltura industriale. Ai pulivini (semenzai) si è preferito l’acquisto di piantine in contenitori di polistirolo, il letame venne sostituito con il concime chimico, i semi antichi con gli ibridi industriali.

La cosiddetta “rivoluzione verde” ha messo piede nei piccoli orti familiari, negli spazi di autoproduzione e oggi decine di semi di antiche varietà locali stanno scomparendo. Bisogna, allora, cambiare tendenza e rivolgersi agli anziani di ogni piccolo paese, i veri custodi della tradizione.

In ogni seme antico vi è la storia dei contadini che l’hanno tramandato, la storia dei “cafoni” che non è rintracciabile nelle biblioteche e negli archivi storici.  E’ necessario oggi per sentirsi soggetti storici del nostro territorio ricostruire una narrazione che non ci racconta di violenze, dinastie reali o di ingegni umani trasformati in macchine da guerra o strumenti di sfruttamento, ma mostra la bellezza dell’operosità di generazioni di contadini che hanno sapientemente selezionato le piante e tramandato metodi di coltivazione e allevamento. La storia delle colture è la cultura della transizione per eccellenza perché ogni conoscenza viene diligentemente riciclata e ritorna nel ciclo naturale della terra. Un patrimonio di cultura, biodiversità e colture autoctone che ci permette di proiettare la tradizione nei sogni del presente.

Lo scambio dei semi antichi all’interno della cumparete potrebbe allora essere un gesto utile (abbiamo tutti bisogno di semi non industriali) per iniziare a praticare questa prospettiva.  Verrebbe da dire con la voce di Gassman:  Orsù dunque, cumpari, armiamoci di semi e scambiamoli, ché i confini tra li borghi sono immaginari, siamo tutti cilentani. I piccoli gesti si sedimentano  e l’orizzonte delle nostre azioni deve guardare ai prossimi venti o trenta anni. Bisogna lavorare con lentezza ed essere ottimisti perché le prime piante del cumparaggio sono già nate…

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